EGOBOOK

scritto da Egonautico il lunedì, 03 marzo 2008,16:56

Questo blog è il mio primo libro…
o, meglio, un “work in progress” che rappresenta il mio primo tentativo di scrivere un libro.
Tutto quello che scrivo potrà subire delle modifiche man mano che vado avanti.
I capitoli nuovi saranno aggiunti alla fine (al contrario dei soliti blog).
News:
31/07/08: sedicesimo capitolo: "La Preparazione"
20/06/08: quindicesimo capitolo: "Cristina"
23/05/08: quattordicesimo capitolo: "Buon Natale"
16/05/08: tredicesimo capitolo: "I Consulenti"
06/05/08: dodicesimo capitolo: "Il Viaggio"
24/04/08: undicesimo capitolo: "Amici"
15/04/08: decimo capitolo: "Tania"
11/04/08: nono capitolo: "Music"
04/04/08: ottavo capitolo: "L'Invito"
02/04/08: settimo capitolo: "Lo Sfogo"
28/03/08: sesto capitolo: "Desiderio"
21/03/08: quinto capitolo: "Il Rifugio"
14/03/08: quarto capitolo: "The Day After"
11/03/08: terzo capitolo: "Big Bang"
07/03/08: secondo capitolo: "L'Orizzonte dei Tempi"
03/03/08: primo capitolo: "Prologo"
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CAPITOLO 01: PROLOGO

scritto da Egonautico il lunedì, 03 marzo 2008,17:13
Era una piacevole serata di fine Marzo.
La sigaretta si era consumata per conto suo, con la brace pericolosamente vicina alle dita che la tenevano.
Sul terrazzo della sua casa al quarto ed ultimo piano, seduto su una sedia di plastica abbruttita dalle intemperie e dallo smog, smog molto abbondante in quella zona.
Tutto, attorno a lui, sembrava uguale al solito: i camion che passavano sulla tangenziale, i fumi delle fabbriche, gli alberi ed i prati incolti incastrati nelle brutture della periferia, le luci, gli odori, i rumori dei vicini.
Finalmente quel periodo di merda era finito.
60.768.352,36 Euro.
Aveva letto e riletto più volte la cifra stampata su quel foglio cercando di darle una dimensione, di trasformarla mentalmente in qualcosa di materiale, ma era troppo grande, troppo oltre i suoi normali desideri.
Si sentiva ubriaco senza aver bevuto, con le tempie che pulsavano, le braccia pesanti, gli occhi lucidi.
In teoria doveva essere felice ma, più che altro, si sentiva stanco, senza forze, non riusciva a tenere gli occhi aperti per più di pochi secondi.
L’ultimo anno era stato molto pesante, si era trovato ad affrontare situazioni che, nella sua vita, non si sarebbe mai immaginato.
Situazioni sognate da tutti, ma alle quali l’uomo comune non è preparato.
Chi lo conosceva pensava che fosse caduto in una specie di depressione: era dimagrito, aveva la faccia di uno che non dormiva mai, parlava poco, aveva cominciato a fumare.
La verità non la conosceva nessuno.
Tutti pensavano che la sua vita fosse sempre la solita, ma invece, nascosto dal mondo, si era trovato a dover fare i conti con quella cifra da capogiro.
Aveva consultato notai e commercialisti per capire le mosse migliori da fare, si era scervellato per venire a capo della burocrazia che c’era dietro.
Ogni tanto era stato assalito dal timore che non fosse vero, che fosse tutto un sogno; in altri momenti aveva pensato che invece fosse solo un incubo e non vedeva l’ora di svegliarsi. Non era certamente facile gestire le proprie emozioni in una situazione del genere.
"La più grande vincita della storia", secondo i giornali, e in tutta Italia si era scatenata una furibonda caccia al vincitore.
Per un certo periodo alla televisione ed alla radio non si era parlato d’altro, cercando di costruire l’identikit del fortunato, il suo identikit.
Nei bar, nei negozi, al lavoro, sul tram, aveva sentito spesso gente parlarne; a volte era stato coinvolto nelle discussioni, gli chiedevano cosa avrebbe fatto se fosse stato lui il vincitore.
Aveva vissuto con la paura folle che qualcuno avrebbe scoperto il suo segreto. Sentiva che non sarebbe stato in grado di gestire una simile situazione: i giornalisti, i curiosi, i conoscenti, i rompicoglioni vari.
Ma adesso sembrava tutto a posto, il tempo era passato e la gente non ne parlava più. Tutti quelli che dovevano fare qualcosa l’avevano fatto e nessuno di quelli che non doveva saperlo l’aveva scoperto.
Quel pomeriggio era stata messa la parola fine, aveva pagato tutti, compreso lo stato: quei soldi erano davvero tutti suoi e poteva farci quello che voleva.
Una scintilla gli attraversò lo sguardo. Pensò a quanto era strana la vita. Lui non era nessuno, non era figlio di persone importanti, non era figlio di persone ricche, ma, in quel momento, era appena diventato a tutti gli effetti uno dei ventiquattrenni più ricchi d’Italia.
Seduto su quella sedia rovinata, in quella casa fatiscente, in quel quartiere anonimo e puzzolente, capì che era successo qualcosa: l’implosione era finita, domani sarebbe stato il giorno del Big Bang, l’attimo zero della sua nuova vita.
Qualche soddisfazione poteva pur prendersela.
Schiacciando la cicca nel posacenere gli venne in mente Fritz.
 
 
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CAPITOLO 02: L'ORIZZONTE DEI TEMPI

scritto da Egonautico il venerdì, 07 marzo 2008,16:28
Andrea era nato e viveva a Torino.
Suo papà, Ernesto, era di origini venete, emigrato a Torino dopo l’alluvione negli anni 60 seguendo le orme del fratello maggiore Beppe; aveva trovato lavoro come operaio alla FIAT.
Alla catena di montaggio, Ernesto, aveva conosciuto Antonietta. Dopo un breve corteggiamento si erano sposati.
Antonietta era d’origine calabrese; il suo matrimonio con Ernesto non fu ben visto dalla sua famiglia che, per lei, aveva pianificato un futuro migliore: un matrimonio combinato con Antonio, il medico del suo paese natale, che sicuramente l’avrebbe fatta vivere da signora e, soprattutto, aumentato il prestigio della famiglia.
Il papà e la mamma d’Antonietta non gli avevano perdonato quest’affronto e l’avevano ripudiata, da allora non gli avevano più rivolto la parola.
Dopo il matrimonio, Ernesto, si era rivelato per quel che veramente era, un ignorante borioso, prepotente e maschilista, distruggendo qualsiasi traccia di quella persona meravigliosa, gentile e educata, di cui si era innamorata Antonietta.
Ernesto obbligò Antonietta a lasciare il lavoro per prepararsi a svolgere il ruolo che aveva deciso per lei: schiava casalinga generatrice di prole.
La liquidazione di Antonietta fu usata come anticipo per partecipare alla costruzione di un condominio su V.Reiss Romoli, nell’estrema periferia di Torino. Al progetto parteciparono anche il fratello Beppe ed i due fratelli di sua moglie Rosina.
Ne uscì fuori una specie d’aborto architettonico di quattro piani, alto e stretto, con un alloggio per piano.
Il “grattacielo” non aveva ascensore; ad Ernesto, essendo il socio di minoranza, fu imposto l’ultimo piano. L’alloggio, era anche più piccolo degli altri poiché, parte dello spazio, era occupato da un’ampia terrazza.
All’epoca la casa si trovava praticamente in campagna, vicino alla ferrovia, ma circondata da alberi e prati. In pochi anni il panorama cambiò aspetto; in quella zona furono costruiti: una superstrada, una fabbrica di vernici, una serie di palazzoni popolari, una torre con delle antenne per telecomunicazioni, una discarica pubblica.
 
Antonietta ebbe molte difficoltà a rimanere incinta. Andrea nacque dopo una decina d’anni di tentativi e, a causa di complicanze mediche che costrinsero i medici ad intervenire sull’utero della madre, fu destinato a rimanere figlio unico.
 
Ernesto, con l’età, diventava sempre peggio; la sua prepotenza lo portava ad avere violente liti con tutti, spesso arrivava alle mani con il fratello ed i cognati. In casa era completamente assente ed appena aveva un momento libero si rifugiava al bar. Il suo disinteresse per Andrea era quasi totale. Il tutto peggiorava nei soventi periodi in cui era messo in cassa integrazione.
Antonietta, invece, mise tutta se stessa nell’allevare Andrea, frustrata dalla convinzione di non poter offrire che un misero futuro a quel suo unico figlio.
 
Nonostante le premesse, l’infanzia d’Andrea non fu poi tanto male; grazie alla costruzione delle case popolari c’erano un sacco di bambini con cui giocare. Passava molto tempo a scorazzare per i prati e le boscaglie vicino alla tangenziale, inventando giochi e mondi fantastici.
C’erano anche bambini bulletti e prepotenti ma, Andrea ed i suoi numerosi amici, riuscivano a fare gruppo per contrastarli.
Gli piaceva molto andare a scuola, e non aveva difficoltà ad imparare.
 
Tutto andò abbastanza bene fino a quando Andrea finì la terza media.
Grazie ai sacrifici ed ai sensi di colpa della madre ebbe la possibilità di frequentare le scuole superiori e si iscrisse ad un Istituto Tecnico, in centro a Torino nella zona del Parco Valentino.
Nessuno dei suoi amici d’infanzia seguì la stessa strada, non avendone la possibilità o la voglia; i più fortunati andarono a spaccarsi la schiena come manovali, i più sfigati si dedicarono ad attività delinquenziali e/o divennero tossici: alcuni di questi non ci sono più.
 
Con il tempo, Andrea, perse tutti i suoi vecchi amici: non gli piacevano i loro nuovi “giochi”, dall’altra parte, loro, cominciarono ad etichettarlo come un fighetto snob.
In compenso Andrea non si trovava bene neanche con i suoi compagni d’Istituto, poiché gli sembravano troppo fighetti e snob.
Si sentiva molto solo.
Anche nella casa dove abitava le cose cambiarono: con il passare degli anni gli altri parenti condomini erano andati ad abitare via, in luoghi più salutari e tranquilli, lasciando il posto a degli emeriti sconosciuti.
 
Si buttò nello studio, affascinato dalle materie scientifiche; gli piaceva perdersi nell’astrazione della matematica e nella logica dell’informatica. Lo entusiasmava la fisica, quel tentativo di razionalizzare in formule tutti gli eventi materiali. Non gli piacevano molto le materie letterarie, anche se nutrì particolare interesse per la psicoanalisi e tutto quello che concerneva la psicologia.
Si diplomò in Informatica senza particolari difficoltà.
Gli sarebbe piaciuto andare all’Università ma, suo padre, aveva troncato subito il discorso: -non ci sono soldi, ed è ora che tu cominci ad aiutare la famiglia-.
 
Trovò lavoro come programmatore in una Software House.
L’ambiente non era dei migliori, a causa del datore di lavoro l’Ingegner Edoardo Fritz, ma adesso aveva uno stipendio, il che non era poi tanto male.
 
I due terzi della sua busta paga andavano a finire nelle finanze della famiglia, come imposto da Ernesto, mentre il resto lo depositava in un suo conto corrente.
Andrea, a parte qualche piccolo hobby, non spendeva molto e quindi riuscì a mettere da parte un piccolo gruzzolo. Raggiunta la cifra fece la sua prima grande spesa: un’automobile. Acquistò una Panda 750 di seconda mano, riverniciata a mano con uno strano color verdognolo; i sedili in stoffa tutti rovinati ed anche la carrozzeria era messa piuttosto male, ma ad Andrea sembrava fantastica.
Una delle sue attività preferite divenne quelle di passare i week-end a girovagare su e giù per il Piemonte, in solitaria, con la sua Panda.
 
La sua vita continuò, più o meno uguale, fino a quando, una mattina di Febbraio gli arrivò una terribile telefonata, mentre era in ufficio: i suoi genitori erano morti in un incidente stradale.
Dopo il funerale rientrò in casa e si guardò attorno: capì che adesso era veramente solo.
 
Non furono momenti facili. Non gli piaceva il presente e non riusciva ad immaginarsi alcun tipo di futuro, si rinchiuse in se stesso.
Ogni giorno passava in ufficio molto tempo oltre l’orario di lavoro: navigava in Internet cercando qualsiasi cosa che gli saltasse in mente, leggeva e studiava di tutto senza un particolare obiettivo.
Ogni tanto, i compagni di ufficio, cercavano di coinvolgerlo nei loro discorsi o lo invitavano ad uscire, ma Andrea, gentilmente, rimaneva sempre molto sulle sue.
Parecchi colleghi ne ammiravano le capacità e la disponibilità sul lavoro e, per il suo modo di vestire e le sue espressioni, lo trovavano anche piuttosto simpatico.
Nell’aspetto aveva qualcosa d’esoterico, ad alcuni sembrava che fosse un fanatico di meditazione e new-age e che guardasse il mondo con il suo “Terzo occhio”. Per questo fu soprannominato Tao; in breve anche Andrea fu storpiato e, per tutti, divenne Andy Tao.
Altri pensavano che il suo atteggiamento era dovuto più che altro a timidezza ed insicurezza.
In realtà non era attirato dalla meditazione e non si sentiva né timido né insicuro, il problema era che non provava particolare interesse per le relazioni umane, o meglio, gli interessavano come spettatore ma non come protagonista.
Nel suo isolamento, Andy, era un ottimo osservatore e, grazie alla sua sensibilità ed alla sua intelligenza, riusciva ad inquadrare facilmente chiunque gli capitasse di fronte. Aveva la forte sensazione di sapere come funzionava il mondo: come far carriera, come conquistare le donne, come piacere alle altre persone, solo che, semplicemente, non gli interessava.
 
La sua vita continuò così, senza un particolare significato, fino al giorno della vincita.
 
Mancava un anno al Big Bang.  
 
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CAPITOLO 03: BIG BANG

scritto da Egonautico il martedì, 11 marzo 2008,10:31
Fritz era un tracagnotto sulla quarantina; era peloso, con pochi capelli ed aveva la pancia di chi non si fa problemi a tavola ed evita ogni tipo di sport. Cercava di vestirsi elegante, sempre con giacca e cravatta, ma con il suo portamento appariva piuttosto ridicolo.
Portava gli occhiali, ma non aveva assolutamente un’aria colta, a prima vista dava subito l’impressione di una persona strafottente ed inconcludente; gli calzava a pennello la definizione di blagher, per di più viziato ed isterico.
Aveva ereditato la “RumbaFiles” da suo padre il quale, essendo una persona veramente capace, era riuscito a farla crescere parecchio, fino a portarla ad avere una sessantina di dipendenti ed un fatturato di tutto rispetto.
Edoardo Fritz era subentrato al padre, quale unico erede, all’età di 35 anni.
Tutto il resto della sua vita l’aveva passato a fare il minchione, sperperando parte del capitale famigliare.
Si faceva chiamare Ingegnere, ma in realtà era a malapena riuscito ad ultimare le scuole superiori.
Era veramente un’incapace; l’azienda continuava ad andare avanti grazie alla capacità d’alcune prime linee, rimaste dai tempi di suo padre, che lo sopportavano e riuscivano a prenderlo per il verso giusto.
A Fritz piaceva molto il ruolo del “Capo Padrone” e non perdeva occasione per auto esaltarsi del suo potere. Tirava, sistematicamente, cazziatoni a destra e a manca, tipicamente a sproposito, non essendo in grado di capire il lavoro che svolgevano i suoi dipendenti.
Quasi ogni giorno era il turno d’Andy, che, un po’ per carattere ed un po’ per paura di perdere il posto subiva in silenzio.
 
Il giorno del Big Bang Andy si svegliò alla solita ora; era un Martedì e si ricordò che, il giorno dopo, una delegazione di giornalisti sarebbe andata in visita alla RumbaFiles. Nell’ultimo anno l’azienda aveva raddoppiato il suo fatturato e Fritz, nonostante non avesse alcun merito in questo, era stato candidato come Manager Piemontese dell’anno.
Andy telefonò a Marianna, la segretaria, e gli disse che quel giorno non sarebbe andato al lavoro perché non si sentiva molto bene; sapeva che già solo questo sarebbe bastato a mandare in bestia Fritz.
Uscì di casa ed andò a comprare magliette e colori per tessuti.
 
Il Mercoledì si presentò al lavoro in ritardo.
Era già iniziata la processione di Fritz con i giornalisti.
Per l’occasione aveva imposto a tutti i dipendenti di presentarsi in giacca e cravatta e di dare agli uffici l’aspetto più professionale possibile.
Fritz camminava tutto tronfio davanti allo stuolo di persone, gonfio come un tacchino si vantava che tutto il successo fosse merito suo, mentre il resto del mondo era composto solamente da incompetenti. Raccontava di come aveva sapientemente costruito ogni singola cosa, delle difficoltà tecniche e commerciali che aveva dovuto superare; parlò anche di quanto i suoi dipendenti lo stimassero e fossero contenti di lavorare per lui, di quanto lui gli lasciasse la libertà di esprimersi.
I giornalisti avevano già inquadrato il personaggio, ma lui era convinto che lo guardassero con ammirazione.
Era il suo momento; non avrebbe tollerato niente fuori posto. Entrava nei vari uffici fulminando con lo sguardo chi gli sembrava che non fosse perfetto: le scarpe non lucidissime, i capelli non perfettamente pettinati, etc.
Lo stuolo entrò nel laboratorio dei programmatori.
Guardò i dieci ragazzi che lavoravano in quel locale e gli venne un colpo. Non poteva credere ai suoi occhi: erano tutti vestiti in maniera impeccabile, meno Andy, che si era presentato vestito in Jeans sdruciti e un giubbotto bianco; aveva pure le scarpe da ginnastica, tutte bucate.
<Brutto stronzetto, questa me la paghi!> pensò, guardandolo con uno sguardo carico d’odio.
Come da istruzioni, i dipendenti, facevano finta di lavorare come se fosse un giorno normale.
Fritz riprese a parlare ai giornalisti, ma dopo aver visto il ragazzo, la sua indole isterica cominciò a creargli qualche problema d’espressione.
Andy si comportava con estrema naturalezza, proprio come se non ci fosse nessuno oltre ai suoi colleghi; quando il gruppetto fu vicino a lui si alzò per andare a prendere dei fogli nella stampante.
Passò davanti al capo e non lo degnò neanche di uno sguardo.
Fritz continuò a parlare, ma la risata di una giornalista lo interruppe.
–Ingegnere, è proprio vero che avete il massimo rispetto per le opinioni dei dipendenti- disse la donna, scatenando una risata anche nelle altre persone.
Fritz si girò di scatto verso Andy e vide che nel retro del suo giubbotto bianco, in un bel rosso acceso, spiccava la scritta: LO SCIOPERO NOBILITA L’UOMO.
Fritz divenne rosso dalla rabbia; l’unica cosa che gli venne da dire, con un’espressione da ebete, fu: -Beh, si, ve lo avevo detto-.
Per cercare di riprendersi fece un cenno a Pautasso, un altro dei ragazzi che lavoravano in quell’ufficio, e gli disse:
-Dottor Pautasso, faccia vedere ai signori qualcosa di quello che realizziamo in questo laboratorio-.
Pautasso era il classico carrierista leccaculo, e fu molto felice di poter mettersi in mostra.  Con un fare quasi teatrale disse: -Prego signori, avvicinatevi a questo video- e cominciò ad illustrargli l’ultimo programma realizzato.
Mentre i giornalisti erano distratti da quello che vedevano sul video, Fritz si avvicinò ad Andy e, a denti stretti, gli digrignò: -Brutto piccolo bastardo…-. Era rabbioso, aveva il volto sempre più rosso e gli tremavano perfino gli occhiali.
Andy, come se niente fosse, si girò verso di lui e lo guardò: -Mi dica, Ingegnere-.
-Togliti subito sto cazzo di giubbotto, altrimenti ti spezzo le ossa con le mie mani- continuò Fritz.
-Ma, è proprio necessario? Fa un po’ freddo qui, già ieri sono dovuto stare a casa per un leggero inizio di raffreddore- rispose con estrema calma Andy.
-Toglietelo subito!- ribatté Fritz, assomigliando sempre di più ad una caldaia in pressione vicina allo scoppio.
-Va bene, come comanda- disse alzandosi.
L’ingegnere raggiunse i giornalisti al video; si sentiva già meglio, aveva fatto valere il suo potere.
Andy passò vicino ai giornalisti e si diresse verso l’attaccapanni. Arrivato si girò verso il gruppetto e si tolse il giubbotto.
Due dei giornalisti lo guardarono e non riuscirono a a trattenere un’altra risata. Fritz, i giornalisti ed i colleghi si girarono verso Andy.
Adesso mostrava una maglietta bianca con disegnato davanti un grosso pugno con il dito medio alzato con sotto la scritta: È PER TE.
Fritz pensò di essere in preda alle allucinazioni: non poteva essere vero che quella nullità lo stesse provocando in quella maniera.
Andy guardò il gruppetto e, con un sorriso, disse: -Ho capito, era meglio il giubbotto-.
Si girò per riprendere il giubbotto e tutti videro la scritta nera sulla schiena: FRITZ È UN PIRLA!
I giornalisti scoppiarono tutti a ridere, mentre i colleghi d’Andy si mordevano le labbra per non farlo.
Fritz si alzò in piedi di scatto e cominciò ad urlare:
-Brutto bastardo, io ti distruggo, ti faccio a pezzi e ti do in pasto ai maiali-. Era talmente incazzato che la voce gli si trasformò in una specie di rantolo fischiante, per un attimo sembrò che gli fosse venuto un infarto. Cercò di riprendere fiato; poi, con una voce da asmatico in crisi, urlò: -Sei licenziato!!-.
Andy calmissimo rispose: -E perché? Ho solo espresso un’ opinione… non ha appena detto che rispetta quelle dei suoi dipendenti? Anzi, a dir la verità ne ho anche altre-.
Andy si tolse la maglietta e mostrò una canottiera bianca con sopra la scritta: FRITZ È SOLO UN SEGAIOLO.
Poi si girò con la schiena al gruppetto, si slacciò la cintura, si calò jeans e boxer, mostrando le proprie natiche con scritto sopra: FACCIA DA FRITZ.
Tutti i presenti non ce la facevano più dal ridere: sembrava di assistere ad uno spettacolo del migliore Cabaret, tanto che qualcuno si chiese anche se il ragazzo e Fritz avessero preparato insieme quello show.
Altro che preparato. Fritz non ce la faceva più, e cominciò a fare degli strani urli isterici: -Bast… uhhg… AHHH..-.
A dare il colpo di grazia ci pensò, senza volerlo, Pautasso che risentito di essere stato interrotto cercò di riprendere il discorso: -Signori, avete altre domande sul programma?- chiese ai giornalisti.
Fritz era in preda ad una crisi isterica, prese il video e lo buttò per terra fracassandolo, poi, continuando a fare versi e a rantolare, si trascinò fuori dell’ufficio per cercare di respirare meglio.
I giornalisti, con le lacrime agli occhi per le risate, lo seguirono.
Come potenziale manager dell’anno non c’era male.
 
Quello fu l’ultimo giorno che Andy si presentò alla RumbaFiles.
 
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CAPITOLO 04: THE DAY AFTER

scritto da Egonautico il venerdì, 14 marzo 2008,15:20
In qualche maniera quei soldi andavano sistemati.
Per prima cosa decise di aprire cinque conti correnti in cinque diverse banche e, su ognuno, versò un quinto della cifra vinta.
Cominciò poi il pellegrinaggio tra i direttori di quelle banche.
 
Andy era abbastanza alto e longilineo, aveva un fisico proporzionato, non massiccio ma tonico. Portava i capelli di lunghezza media, arrangiati in una specie di folto caschetto, una pettinatura più adatta ad un ragazzino che non ad un ragazzo della sua età.
Portava da dieci anni gli stessi occhiali da vista, un modello a lenti tondeggianti, stile un po’ poeta maledetto ed un po’ figlio dei fiori.
Il suo modo di vestire era piuttosto semplice: jeans, maglietta e scarpe da ginnastica. Nella stagione fredda aggiungeva un maglione ed un giaccone sportivo.
Aveva dei lineamenti piacevoli e sembrava più giovane della sua età.
Non era un tipo che si notava molto, aveva un portamento e dei modi di fare molto discreti. A prima vista dava l’idea di una persona timida e timorosa.
 
Il direttore della banca, prima dell’incontro, era molto ansioso: non capitava tutti i giorni di avere un cliente di questo calibro.
Quando si trovò di fronte quel ragazzo rimase piuttosto spiazzato; non era certo la figura che si aspettava: se lo vedeva meglio in una sala giochi che in una banca a parlare di soldi.
Andy fugò subito ogni perplessità: -Buongiorno signor direttore- disse con un tono gentile ma deciso, –Vorrei investire alcuni milioni di Euro presso la vostra banca, in un qualche modo che mi permetta di avere una rendita sicura ogni mese, una specie di stipendio, senza doverci più pensare-.
-Ah, un vitalizio quindi. Beh! Abbiamo diverse formule interessanti, tra cui…- rispose il direttore.
Il ragazzo lo interruppe quasi subito: -Benissimo, studi bene la cosa e, quando a trovato quella più sicura e conveniente, me lo faccia sapere. Arrivederci-.
A quel punto Andy si alzò e lo salutò.
 
Nel giro di qualche mese, finito il giro dei direttori, cominciò a ricevere uno stipendio degno di un importante dirigente.
Prese altra parte del suo capitale e lo investì in obbligazioni.
Poi passò al mercato azionario e arruolò tre consulenti finanziari, ad ognuno di loro diede un cospicuo gruzzolo da gestire. Contrattò che, la loro parcella, sarebbe stata direttamente proporzionale a quanto gli avrebbero fatto guadagnare.
 
Andy si rese conto che, pur abitando a Torino da quando era nato, praticamente non conosceva niente della sua città.
Cominciò a girarla in lungo ed in largo, con la Panda, a piedi, in bicicletta, in tram.
Dedicò tutta l’estate al suo nuovo hobby. La sera studiava la piantina della città e decideva l’itinerario da seguire il giorno dopo.
Scandagliò Torino in tutte le direzioni, dalla Falchera a Mirafiori, da Borgo Po a Lucento, dai corsi signorili della Crocetta alle strade semi rurali di zona Bertolla, il lungo Po, i lungo Dora, la collina.
Fece anche il turista: prese la cremagliera di Superga, il battello sul Po, salì con l’ascensore sulla Mole.
Durante le varie spedizioni notò che, in quasi ogni parte della città, c’erano cantieri aperti: nuovi palazzi in costruzione, lavori per la metropolitana, per il passante ferroviario; tutto fremeva per le prossime Olimpiadi.
Gli venne l’idea di comprare qualche appartamento.
Gli piacque una zona vicino ai Giardini Reali e decise che poteva iniziare da li.
 
L’incaricato alle vendite era un uomo sulla trentina, abbronzato, vestito bene ma sportivo. Ostentava braccialetto, catenina d’oro ed un orologio piuttosto vistoso.
Non emanava molta simpatia.
Andy lo inquadrò subito: un gasato che fungeva solo da intermediario tra chi comprava e chi vendeva, ma si atteggiava da padrone dell’intera baracca.
L’uomo guardò Andy con l’aria distaccata di chi non aveva tempo da perdere.
-Sarei interessato ad un alloggio- disse Andy molto gentilmente –Magari anche ad un garage-.
-Su che cifra è orientato?- chiese il venditore, immaginando che il ragazzo gli rispondesse con una cifra ridicola e che quindi avrebbe potuto liquidarlo in fretta.
-Mi interesserebbe un alloggio non particolarmente grande… un taglio medio- rispose Andy.
-Ho capito, ma questi sono appartamenti di pregio, con finiture di lusso… per famiglie distinte- insistette il venditore, pensando: <E dai rompicoglioni, cerca di capire che non te lo puoi permettere e sparisci>.
-Per famiglie distinte? Quindi per poterlo vedere devo venire con mia moglie, i figli ed in giacca e cravatta?- disse Andy, con un’aria volutamente stupita.
-Beh, no… non volevo dire questo…- rispose l’uomo, pensando: <Ma ci sei o ci fai?>.
-La prego- incalzò il ragazzo con tono pacato e misericordioso –Mi spieghi cosa devo fare per sapere se c’è un alloggio da comparare-.
Il venditore guardò l’orologio poi, con aria particolarmente scazzata, prese la mappa del cantiere e cominciò ad indicare con il dito: -ne sono liberi ancora 9. Questo al secondo piano costa 162.000 Euro, questo al sesto costa 205.000, questo è più grande e costa…-. Finì l’elenco e si mise a fissarlo con una faccia soddisfatta, pensando: <adesso l’hai capito che qui per te non c’è niente>?.
Andy fece un rapido calcolo mentale e disse: -allora, per tutti questi farebbe 1.756.000 Euro?-
-Mi sembra di si- disse il venditore stupito dalla domanda e dalla velocità con cui aveva fatto il calcolo.
Andy stette zitto alcuni secondi, lo guardò negli occhi e pensò: <Perché il mondo è pieno di idioti come te?>.
Poi mostrò il libretto degli assegni e disse: -1.500.000 Euro e li prendo tutti, ovviamente se concludiamo subito altrimenti me ne vado-.
Andy non era arrivato con l’idea di trattare sul prezzo, ma l’idea di regalare qualcosa a quel imbecille non gli piaceva proprio.
 –Ah… naturalmente i garage sono inclusi nel prezzo, vero?-.
 
A comprare quegli alloggi aveva provato un piccolo brivido di piacere, ci aveva provato gusto.
In breve tempo ne acquisto altri situati tra Regio Parco, Santa Rita, S.Paolo, Ceronda e Vanchiglietta.
Poi gli venne spontanea una domanda: -E adesso che me ne faccio?-.
Pensò che avrebbe potuto affittarli, ma l’idea di dover cercare gli inquilini e di dover stare dietro a tutte le loro beghe non gli piaceva per niente.
La soluzione arrivò quasi per caso, un pomeriggio, mentre girovagava lungo Corso Racconigi.
Gli piaceva molto quella zona: pur essendo in città, emanava un’atmosfera quasi raccolta, da paese.
Arrivato all’altezza di Piazza Robilant vide l’insegna di un’agenzia: “Compravendita immobiliare, affittanze, gestione immobili”.
Entrò e chiese del titolare.
Gli si presentò un uomo sui quaranta, brizzolato con pochi capelli. Aveva un vestito molto elegante ed un modo di fare molto amichevole, si vedeva che era abituato ad avere a che fare con i clienti.
Si presentò: -Piacere, sono Luigi Martocelli, in cosa posso aiutarla-.
Andy disse: -Beh, avrei alcuni alloggi che vorrei affittare e lo vorrei fare senza tanti fastidi-.
-Perfetto, siamo qui per questo- disse Martocelli –dov’è situato l’alloggio?-
-Ne avrei quarantuno, sparsi un po’ per tutta Torino-
-Quarantuno!?- esclamò Martocelli, guardando il ragazzo per cercare di capire se era una battuta.
-Esattamente- rispose Andy, –Adesso le spiego qual è la mia idea-.
Alla fine della trattativa, e dopo aver dimostrato a Martocelli che era davvero il padrone di tutta quella roba, arrivò ad un buon accordo: l’agenzia si sarebbe occupata di trovare gli inquilini per i vari alloggi e si sarebbe sobbarcata tutte le grane, in cambio Andy gli avrebbe lasciato il 20% sull’incasso degli affitti.
 
Erano passati diversi mesi dal Big Bang.
Si ritrovò di nuovo sulla terrazza della sua casa in V.Reiss Romoli, a riflettere.
Decise che era giunta l’ora di concedersi qualcosa solamente per il proprio piacere, di cambiare qualcosa nella sua vita.
Il giorno dopo si presentò la prima occasione.
Girovagando dalle parti dei resti dei bastioni della Cittadella notò un cartello con scritto: "VENDESI ATTICO". Guardò il palazzo, si guardò attorno, la zona gli piaceva. Telefonò al numero che c’era sul cartello e, dopo un paio d’ore, poté visionarlo.
Decise che quella sarebbe stata la sua nuova casa.
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CAPITOLO 05: IL RIFUGIO

scritto da Egonautico il venerdì, 21 marzo 2008,10:03
Progettò tutto nei minimi particolari. Ci volle un grande impegno ed un gran lavoro, ma alla fine riuscì a realizzare quello che aveva in mente.
Arruolò due architetti ed uno stuolo di muratori, idraulici ed elettricisti. Passò tutti i giorni a controllare i lavori e fece rifare, anche più volte, quello che non gli piaceva.
La decorazione delle pareti non lo convinceva mai: alla fine decise che il colore l’avrebbe dato lui.
 
Ad Ottobre entrò nella sua nuova casa.
L’attico, al sesto piano, aveva un ampio terrazzo che lo circondava su tre lati, da cui si poteva ammirare la città e la collina.
Dalla porta principale si entrava in un grande ambiente unico, di oltre cento metri quadri, che ricordava un loft Newyorkese.
Entrando, Sulla destra, si notava una rientranza che fungeva da cucina; era arredata in maniera essenziale con una parete attrezzata senza parti in vetro ed un frigorifero all’americana isolato dal resto. Il colore dominante era il nero, con alcuni inserti rossi, bianchi e legno che formavano delle decorazioni in stile etnico.
C’era un muretto che separava la cucina dal resto del locale; sopra era stato piazzato un pianale nero che fungeva da tavolo, attorno c’erano alcuni sgabelli alti, stile bar, acciaio e nero.
Una finestra dava luce alla cucina ed al pianale.
Oltre il muretto iniziava una zona neutra arredata con una grande libreria.
Guardando di fronte, dalla porta di ingresso, colpiva la grande vetrata che prendeva tutta la parete.
Nell’angolo sulla destra era stata attrezzata una specie di palestra con un tapis roulant, una bici da spinning, una serie d’attrezzi ed un sacco da boxe appeso al soffitto. C’era anche una sbarra per le trazioni con appese due cavigliere con i ganci, quelle per appendersi dai piedi.
Continuando a sinistra s’incontrava quello che poteva essere definito il salotto, con un divano, due poltrone ed un tavolino nel mezzo.
Oltre al divano era stato attrezzato un angolo che fungeva da studio, con una scrivania con sopra uno schermo piatto da PC, una tastiera ed il mouse. Sul lato sinistro della scrivania c’era una cassettiera, alta e stretta.
C’erano alcuni mobili nelle pareti opposte alla vetrata. Tutto l’arredamento della casa era semplice, squadrato, e, come per la cucina, rigorosamente in uno dei seguenti colori: nero, bianco, rosso, acciaio e legno.
Di fronte al divano, che dava le spalle alla vetrata, c’erano un grande schermo piatto ed un modernissimo impianto hi-fi.
Il pavimento di tutta la casa era di legno. Un legno particolare, di quelli usati negli ambienti industriali, in piccolissimi listelli; il colore non era uniforme, in certi punti era più chiaro in altri più scuro.
Completavano l’arredamento diversi poster astratti appesi un po’ dappertutto, ed alcune piante di grandi dimensioni.
Vicino alla zona studio c’era una porta che dava su un piccolo disimpegno con altre tre porte.
La porta a sinistra portava al bagno che era piuttosto ampio ma arredato in maniera semplice. L’unica cosa veramente particolare era una doccia idromassaggio: era molto capiente ed era dotata di tantissimi tipi di giochi d’acqua, di luci e di suoni. La decorazione del bagno era diversa da quella degli altri ambienti, con le piastrelle bianche e nere ed il soffitto bianco, decorato con degli omini neri stile Keith Hearing.
La porta a destra dava sulla camera da letto arredata con un grande letto, due comodini, una cassettiera ed un armadio di medie dimensioni, tutto in stile giapponese. C’erano anche una sedia ed un omino porta abiti. Sul lato sinistro del letto risaltava una grande vetrata, proseguimento di quella della sala.
La porta centrale dava su un’ampia camera che, Andy, utilizzava come deposito di tutto quello che non sapeva dove mettere.
Le pareti della casa erano state decorate con colori pastello: un colore diverso per ogni ambiente. La particolarità era che il colore non era uniforme, da una certa altezza in poi, man mano che ci si avvicinava al soffitto era a strisce, di colore sempre più chiaro, fino a diventare bianco sul soffitto. Ogni tanto erano state create delle irregolarità: le strisce di colore invadevano il soffitto o il bianco del soffitto invadeva le pareti. Il grande ambiente unico era su tonalità azzurre.
Le tende erano delle veneziane di legno scuro.
Tutte le porte ed i serramenti erano neri, lineari, semplicissimi.
La casa era anche una specie di laboratorio di domotica.
Si poteva controllare tutto tramite un’unità centrale, anche dall’esterno tramite il palmare/cellulare dell’ultima generazione che si era acquistato: il condizionamento, l’illuminazione, l’impianto audio, gli elettrodomestici, le tapparelle, etc.
C’erano faretti, anche colorati, sparsi un po’ dappertutto ed era possibile programmarli in modo da poter decidere quali si sarebbero accesi premendo un certo interruttore; era possibile variare l’illuminazione della casa in tantissime combinazioni.
Alcuni faretti erano stati incastonati nel pavimento.
Erano stati installati anche dei diffusori di diversi profumi, anche questi programmabili; Andy preferiva lasciarli in modalità random: le essenze rilasciate nella casa variavano casualmente, sia nel tempo che nella fragranza.
L’impianto audio era eccezionale: i diffusori erano situati in modo da poter dare la miglior qualità di suono possibile.
Non si vedeva un solo cavo correre per la casa; erano stati utilizzati il più possibile apparati senza fili, ed i pochi collegamenti fisici necessari erano stati sapientemente nascosti.
Anche gli elettrodomestici erano quanto di più innovativo era disponibile; Si era concesso anche qualche gadget tipo una specie di robot aspirapolvere che girava da solo per la casa.
Era stato installato un collegamento in fibra ottica verso Internet ed un sistema wi-fi all’interno della casa, in questa maniera poteva navigare alla massima velocità da qualsiasi punto della casa senza bisogno di fili.
 
Assieme alla casa aveva acquistato anche un grande garage a quattro posti.
Nel garage trovavano posto la sua Panda 4x4 verde, una mountain bike, una bici da strada, uno scooter 200 di seconda mano ed i suoi ultimi tre acquisti: una BMW Z3, una New Beetle gialla ed una Smart Roadster. Con il tempo capì che le ultime automobili che aveva acquistato se le poteva anche evitare: tanto alla fine usava sempre la Panda.
Un giorno, pensando che forse poteva servire, si era comprato anche un furgone di seconda mano; non avendo posto in garage lo lasciava parcheggiato in strada.
 
Si lasciò sprofondare nel divano.
Scarabocchiò sul palmare.
Iniziò a udirsi il rumore ritmico del registratore di cassa, poi il basso con il suo riff ipnotico. Dopo alcuni istanti partirono la batteria, il piano elettrico e l’inconfondibile chitarra elettrica tremolante. “Money!”, cantò la voce.
<E adesso?>, pensò Andy.
 
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CAPITOLO 06: DESIDERIO

scritto da Egonautico il venerdì, 28 marzo 2008,17:40
 
Nella sua vita, Andy, aveva avuto solo due storie sentimentali.
In seconda media aveva incontrato Emanuela, una ragazzina colombiana che, per qualche strana combinazione, era andata ad abitare dalle sue parti ed era finita nella sua classe.
Quello fu il più grande amore della sua vita, ovviamente molto più teorico che pratico: qualche bacio e qualche timida allungata di mano.
Poi, Emanuela era tornata in Colombia con la sua famiglia e Andy non ne ebbe più notizie.
Una cotta pre adolescenziale, ma se la ricordava come un qualcosa di molto intenso e travolgente.
Alle scuole superiori, Andy, era già in crisi e aveva cominciato il suo distacco dal mondo.
Era un bel ragazzino e, nonostante non fosse molto socievole, c’erano parecchie ragazzine che gli mostravano il loro interesse; ma in una maniera o nell’altra le evitava, anche se cominciava a sentire chiaramente le pulsioni ormonali dell’adolescenza.
Un giorno fu abbordato da Daniela, una ragazza molto intraprendente e spigliata che, dopo pochi preamboli gli chiese: -vuoi fare del sesso con me?-. Andarono a casa di lei e li fece l’amore per la prima volta.
Con lei passò un periodo molto intenso, dal punto di vista fisico, ma non sentiva che quello era amore.
Alle prime divergenze tutto finì.
Da allora non ebbe più altre storie. Notava gli sguardi delle ragazze, sentiva che piaceva, che non avrebbe avuto difficoltà a trovare ragazze con cui fare sesso, però c’era qualcosa che lo bloccava; non riusciva a sentire un particolare interesse anche per la persona e gli sembrava che scendere in intimità con quelle premesse fosse poco rispettoso, in una qualche maniera aveva paura che qualcuno soffrisse per lui.
Forse attuò una specie di rimozione interna, ma con il tempo anche le pulsioni sessuali sembravano sparite.
 
Adesso però sentiva sensazioni diverse, non capiva come mai, ma qualcosa si stava smuovendo dentro di lui.
Era Autunno e, anche se sono cose più consone alla Primavera, cominciò ad avvertire i primi sintomi di una bella tempesta ormonale.
Alla vista di una ragazza piacevole o di una bella donna gli capitava, sempre più spesso, di sentire un forte richiamo sessuale.
Aveva i suoi gusti. Si sentiva particolarmente attratto dalle donne con gonne corte e collant velati, abbigliamento abbastanza comune all’arrivo dei primi freddi. Trovava sensuali i tatuaggi, le unghie smaltate, i capelli lunghi.  
Cominciò di nuovo a fare sogni erotici e fantasie.
 
Navigando in Internet s’imbatté in un forum, uno di quei siti in cui i partecipanti scambiavano opinioni su qualcosa; l’argomento del forum era il sesso mercenario a Torino. C’erano recensioni di prestazioni, luoghi, prezzi, numeri di telefono.
Come in tutti i forum, i partecipanti, ogni tanto s’insultavano e basta, ma, in altri momenti, si davano consigli per evitare fregature, segnalavano scoperte rare, parlavano dei rischi per la salute e di quelli legali.
Andy, come era solito fare per tutte le cose, seguì molto attentamente le varie discussioni; era curioso, voleva capire come funzionasse quell’ambiente per lui completamente nuovo.
Dalle parole che leggeva sembrava che alcuni avevano trovato delle donne fantastiche, delle artiste del sesso appassionate del loro mestiere; ninfomani in grado di farti dimenticare qualsiasi problema.
Provò anche a fare qualche domanda ma, identificato subito come un pivello, non gli fu data nessuna risposta: per essere accettati dal gruppo bisognava raccontare qualche esperienza propria.
 
La curiosità era davvero forte.
Cominciò a visitare, di sera, alcuni dei luoghi “caldi” descritti nel forum: la Pellerina, Lungo Stura Lazio, C.so Unità d’Italia, V.Reiss Romoli.
Scoprì un nuovo mondo notturno, nascosto ma neanche tanto. Con la sua Panda andava avanti e indietro per quei posti, pieni di donne che stazionavano sui marciapiedi. Ne vide di tutte la nazionalità: bianche, nere, asiatiche. Alcune sembravano molto carine, altre abbastanza sfatte; certe vestivano in maniera discreta, altre, invece, con vestiti molto provocanti.
Notò l’abbondante andirivieni di macchine, uomini alla ricerca di momenti di piacere facile; alcuni si fermavano a contrattare tranquillamente con le ragazze, altri erano velocissimi, si fermavano di colpo, caricavano la ragazza e partivano subito. Scrutò i volti dei clienti e si stupì nel vedere che c’erano tantissimi ragazzi giovani tra loro, era sempre stato convinto che quella fosse un’attività da vecchi.
 
Una sera, su V.Reiss Romoli, vicino a dove abitava fino a qualche tempo prima, passò davanti ad una ragazza di colore; lo colpì, sembrava molto bella; era alta, slanciata, aveva un seno importante ma non esagerato, i capelli lunghi, leggermente ricci; indossava un abitino giallo, corto, che ne esaltava le curve, scarpe con il tacco alto; aveva un aria molto esotica, selvaggia, gli ricordò una pantera.
Gli passò davanti alcune volte, fino a che la ragazza, che l’ho aveva notato, gli fece un cenno ed un sorriso; d’istinto si fermò e la ragazza si avvicinò al finestrino.
-Ciao, come stai?- gli disse la ragazza, cercando di evidenziare il seno.
-Mi sembra abbastanza bene- rispose Andy guardandola. Da vicino gli fece un’impressione completamente diversa: nonostante cercasse d’essere molto provocante sembrava fragile, indifesa, spaesata. Era molto carina, ma aveva gli occhi tristi.
Pensò che, così svestita, la ragazza dovesse avere freddo; gli sembrò che tremasse.
-Per 30 Euro faccio tutto, se mi dai 50 facciamo tutto senza fretta- tagliò corto la ragazza.
-Va bene- rispose Andy, senza ragionare, colto quasi alla sprovvista da quella frase.
La ragazza passò dall’atra parte della macchina, aprì la portiera e si sedette richiudendola.
–Da quella parte- poi disse, indicando una piccola via dalla parte opposta della strada.
Andy accese la macchina e si avviò in quella direzione.
Dopo un centinaio di metri la ragazza disse: -Ecco, qui gira a destra-.
Dopo una ventina di metri si trovarono in un posto che sembrava isolato dal mondo.
-Ecco fermati qui, dietro quegli alberi-.
Fermò la macchina, spense le luci e si guardò intorno: erano dietro il muro di un magazzino, la strada principale era nascosta dagli alberi; era abbastanza buio e si sentiva solo l’abbaiare di un cane in lontananza.
-Mi dai i soldi?- disse la ragazza.
-Va bene- rispose Andy. Prese una banconota e gliela passò.
La ragazza reclinò il suo sedile. Quel gesto lo colpì: lui non sapeva nemmeno che si potessero reclinare i sedili della sua macchina; <chissà quante volte si sarà trovata in questa situazione> fu il primo pensiero.
La ragazza si coricò, si alzò il vestito e si tolse le mutandine; poi si abbassò le spalline e si denudò il seno. Allargò le gambe e rimase ferma in silenzio in quella posizione.
Andy la guardò, la trovò molto bella e attraente, ma poi provò una bruttissima sensazione. Si sentì a disagio. Immaginò quella ragazza, in quella posizione, in chissà quante macchine. Non gli sembrava certo una di quelle donne, assatanate e felici del loro lavoro, descritte nel forum. Capì che era costretta a fare quello che faceva e si trovava li in quella posizione, con lui come con tanti altri, solamente per rassegnazione, probabilmente per evitare qualcosa di peggio.
Provò ad immaginare i pensieri di lei in quel momento. L’unica cosa che quella ragazza poteva provare in quel momento era o niente o qualcosa di brutto; qualcosa che doveva provare per tutti i clienti per i quali era costretta a mettersi in quella posizione, per dare il suo corpo.
Gli venne in mente una bruttissima immagine: lui, per quella ragazza forse era un po’ come il liquame per gli addetti alle fogne; alla fine uno ci si abitua, non ci si fa più caso, ma alla fine è pur sempre un qualcosa che fa schifo.
-Non ti spogli?- La voce della ragazza gli diede uno scossone.
-Scusami, non me la sento. Ti prego, torniamo indietro- rispose.
-Non ti piaccio?- disse lei, guardandolo con i suoi occhi tristi. Andy provò quasi tenerezza, aveva quasi paura di offenderla o di creargli chissà quale problema.
-No, non è questo, tu sei molto bella- rispose –Solo che è un brutto periodo per me, sai, mi sono appena lasciato con la mia fidanzata, sono un po’ confuso-. Non era vero, ma fu la scusa più educata che gli venne in mente in quel momento.
-Ho capito, mi dispiace, spero che possiate tornare insieme e mettere su una bella famiglia- replicò la ragazza con un espressione che sembrava davvero dispiaciuta.
Si senti ancora peggio.
–Grazie- rispose, accendendo la macchina.
Riaccompagnò la ragazza sulla via principale.
La ragazza aprì la portiera, si fermò un istante, si girò e gli diede un bacio su una guancia.
–Buona fortuna- disse, scendendo dalla macchina.
Andy rimase un attimo perplesso, poi la fermò.
-Buona fortuna anche a te- disse –Mi piacerebbe che per stasera non lavorassi più-; poi prese una mazzetta di banconote dalla tasca dei pantaloni e gliela mise in mano.
La ragazza guardò i soldi con preoccupazione.
-Stai tranquilla, non c’è nessun problema- disse il ragazzo –Promettimi che andrai a casa, almeno per questa sera-.
 
Andy arrivò a casa, si tolse le scarpe e la maglia e si buttò sul divano.
Quello che era successo quella sera l’aveva colpito e gli aveva lasciato un forte senso di disagio.
Sentiva il bisogno di sfogarsi.
Provava nuovamente quella sensazione.
Andò sulla terrazza sentì che cominciava a fare freddo, <non importa> pensò, sarebbe stata solo una questione di minuti, poi non l’avrebbe più sentito.
Rientrò in casa.
Si spogliò e poi indossò pantaloncini comodi, una maglietta e s’infilò le sue scarpette tecniche.
Pinzò il suo lettore MP3 sul bordo dei pantaloncini, s’infilò gli auricolari e lo accese.
Prese il suo marsupio ed uscì di casa.
Mise il piede in strada, mentre la voce di Dolores cantava: “In your head. In your head.
 
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CAPITOLO 07: LO SFOGO

scritto da Egonautico il mercoledì, 02 aprile 2008,10:11
Il mondo è pieno di gente che pratica sport. C’è chi fa sport per competere, c’è chi fa sport per soldi, c’è chi fa sport per fini estetici, c’è chi fa sport per la salute; Andy, invece, ha sempre fatto sport per sfogarsi.
Gli è sempre piaciuta quella sensazione che accompagna il rilascio delle endorfine.
Spesso sente la necessità di spingersi al limite, di arrivare fino a quel punto di sforzo massimo oltre il quale il fisico non ce la fa davvero più. Gli succedeva già da piccolo, quando andava in bicicletta con i suoi amichetti. Pedalava e pedalava a più non posso, superava tutti, urlava e continuava a pedalare, fino ad arrivare allo sfinimento; poi si buttava per terra, sotto lo sguardo spaventato dei suoi compagni, e si godeva la sensazione del suo corpo che si riprendeva.
Ha praticato diversi sport, prediligendo quelli individuali.
Aveva iniziato alle medie con le arti marziali, prima Aikido per poi passare al più semplice e lineare Karate; negli ultimi anni aveva praticato Moai Thay e Street Fighting. Con le arti marziali, al contrario che con gli altri sport, ha sempre mantenuto un atteggiamento disciplinato, senza esagerare, seguendo il più possibile le indicazioni del maestro di turno.
Con l’inizio delle scuole superiori cominciò a frequentare le palestre di Fitness e Body-Building. Qui aveva un approccio del tutto personale. Era sempre alla ricerca di un suo record personale sugli esercizi che gli piacevano di più: 86 flessioni sulle braccia, 31 trazioni alla sbarra, 28 ripetizioni di squat con 112 Kg sulle spalle. Lo squat era l’esercizio più faticoso ma anche quello che, alla fine, gli dava maggior soddisfazione: andava al power rack, caricava il bilanciere e vi si posizionava sotto. Una volta trovata la posizione giusta lo staccava ed eseguiva la prima ripetizione. Lentamente piegava le ginocchia, fino ad avere le cosce parallele al pavimento, si fermava un istante, e poi su, il più velocemente possibile. Continuava a fare ripetizioni, fino ad avere le gambe in fiamme, la schiena che sembrava spezzarsi da un momento all’altro, i polmoni che urlavano. Continuava fino a non riuscire più a risalire, poi lasciava andare il bilanciere sui perni di sicurezza e si trascinava ansimando fino alla panca più vicina; vi si coricava sopra e stava li, immobile, per una decina di minuti, di nuovo per assaporarsi quelle sensazioni che gli piacevano tanto.
Gli altri frequentatori rimanevano spesso perplessi nel vedere i suoi allenamenti, non riuscivano proprio a capire perché si sottoponesse a quelle torture, tanto più che non aveva un fisico che mostrava i risultati di quelle fatiche. Dall’altro lato Andy non riusciva a capire il perché le palestre fossero piene di ragazzotti, il cui unico obiettivo era quello di diventare il più possibile grosso, anche ingurgitando enormi quantità di polveri e compresse: tristemente gli ricordavano una schiera di polli all’ingrasso, sempre più gonfi e sempre più impacciati.
Andy amava anche lo stretching, lo faceva sentire agile e sciolto.
Si era anche fissato a voler imparare a camminare sulle mani, e c’era riuscito.
Dopo il Big Bang, avendone la possibilità, si era iscritto a diversi club, così riusciva quasi sempre a trovare qualche attività che gli piaceva. Ultimamente amava seguire lezioni musicali, in particolare FitBoxe, un tipo d’aerobica in cui si danno pugni e calci, ad una specie di sacco da boxe, a tempo di musica. Anche qui, a volte, sentiva l’irrefrenabile impulso di andare oltre: gli altri partecipanti rimanevano perplessi a guardare quella specie d’indemoniato che tirava calci e pugni fino a sfinirsi.
A parte questi momenti, però, Andy rimaneva sempre una persona tranquilla e controllata.
 
Da quando si era trasferito nella nuova casa aveva preso anche altre abitudini, come quella di andare a correre per la città di notte.
A volte, arrivato in Piazza Castello, proseguiva per Via Po fino ai Murazzi e da li prendeva la direzione verso il Valentino; altre volte, dalla piazza, girava verso i Giardini Reali, arrivava alla Dora e poi andava al Parco della Colletta. Correva, correva e correva il più veloce possibile, fino a sentire i polmoni scoppiare e poi, come al solito, si buttava per terra e si godeva le sensazioni del suo corpo che si riprendeva.
Se non aveva voglia di uscire si sfogava in casa, con il sacco da boxe o la spinbike.
 
Quella sera Andy corse come un pazzo. Fece un nuovo percorso: arrivato al Parco della Colletta proseguì oltre, attraversò Ponte Sassi, arrivò alla stazione della cremagliera e corse su, per la strada per Superga, fino a quando, a metà della salita, le sue gambe si rifiutarono di proseguire.  
 
Quando ritornò a casa erano le 2 e 45 del mattino.
Scarabocchio sul palmare, chiuse gli occhi e si rilassò ascoltando i suoni raffinati che accompagnavano la voce di Annie.
Si alzò dopo l’ultimo “No more I love you’s”
Si mise davanti PC e decise di raccontare gli ultimi avvenimenti agli amici del forum.
Scrisse della delusione, dal punto di vista sessuale, del suo approccio in Via Reiss, di quanta tenerezza gli aveva fatto quella ragazza. Poi si mise in attesa per vedere se c’era qualcuno disponibile a chattare.
Per primo gli rispose un tizio che affermava che quelle erano solo troie e che andavano semplicemente trattate da puttane, non era assolutamente vero che erano sfruttate, ma erano solamente troppo furbe, facevano la vita che volevano fare. Andy capì subito che questo tizio era solamente un coglione: quella ragazza che aveva incontrato era davvero solo una poveretta. Lo ringraziò e lo salutò.
Gli rispose poi un tale con il nick Trivella. Trivella gli raccontò che anche a lui era successa la stessa cosa e che era convinto che, tutte le ragazze che esercitavano per strada, erano obbligate da qualche organizzazione malavitosa; secondo lui, queste ragazze, erano da evitare per cercare di ridurre il fenomeno dello sfruttamento, inoltre erano anche pericolose perché a volte erano ammalate, magari senza neanche saperlo. Trivella gli raccontò che invece si era trovato molto bene con le ragazze che ricevono in appartamento o che, meglio ancora, sono disposte a venire a casa tua. Finì il suo discorso fornendo ad Andy i riferimenti di quelle che, secondo lui, erano le migliori che si potevano trovare in città al momento. A dir sua, quelle, erano sicuramente ragazze che lo facevano per scelta ed erano veramente appagate, e molto pagate, da quel mestiere.
Andy ringraziò Trivella e gli disse che gli avrebbe fatto sapere.
 
Mentre fuori albeggiava, si addormentò sul divano.
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CAPITOLO 08: L'INVITO

scritto da Egonautico il venerdì, 04 aprile 2008,16:10
Il pomeriggio del giorno dopo Andy prese il telefono e compose il primo numero tra quelli fornitigli dal suo nuovo amico Trivella.
-Si, pronto?- Rispose una ragazza dalla voce piuttosto gentile.
-Buonasera, ho avuto questo numero da un mio amico… non vorrei aver sbagliato numero- Disse Andy, lievemente imbarazzato.
-Ciao. No, credo che il numero sia quello giusto. Dimmi, cosa vuoi sapere?- Chiese la ragazza con un tono più sensuale ed intrigante.
-Mah… mi piacerebbe sapere qualcosa in più, non so come funziona in questi casi-.
-Allora, adesso ti spiego- Disse la ragazza, avendo già capito che Andy non aveva molta esperienza –Per prima cosa puoi darmi del tu, io mi chiamo Patrizia. Ho 23 anni, sono alta un metro e settanta, sono magra e porto una quarta di seno. Mi piace portare biancheria provocante e raffinata e so essere molto dolce ma anche molto porca- Patrizia enfatizzò molto le sue ultime parole, sussurrandole.
Andy deglutì e poi, con una voce un po’ da ebete: -Ah! Si, beh, mi piacerebbe incontrarti-
-Vorresti invitarmi a casa tua? Quando?- Chiese Patrizia.
-Mah, a me andrebbe bene anche stasera, se sei disponibile- Rispose Andy.
-Si sono libera. Mi lasci l’indirizzo ed il tuo numero di telefono?- Disse Patrizia.
Andy gli fornì tutti i dati.
-Ah, dimenticavo- Disse Patrizia –Per un paio d’ore a casa tua sono 500, va bene?-.
-Si, va bene- Rispose Andy senza pensarci: i soldi erano l’ultimo dei suoi pensieri.
 
L’appuntamento era per le 22:00.
Nell’attesa Andy si sentì molto agitato.
Si rese conto che era anche la prima volta che invitava qualcuno a casa sua. Forse dovrei preparargli qualcosa da mangiare pensò, ma gli sembrò quasi subito un’idea stupida.
 
Alle 22:15 il custode citofonò: -C’è la signorina Patrizia per lei-.
-Si, grazie, la faccia salire- Rispose Andy.
Dopo qualche minuto suonò il campanello della porta. Andy andò ad aprire.
Gli apparve davanti una ragazza giovane, con i capelli rossi, lunghi e vaporosi.
Aveva gli occhi scuri e delle sopraciglia nere che rivelavano il vero colore dei suoi capelli.
Era vestita elegantemente, con un vestito rosso che gli arrivava appena sopra al ginocchio. Aveva delle scarpe da sera, sandali con le dita dei piedi scoperte. Indossava delle calze nere, trasparenti, con la riga; sotto s’intravedeva una cavigliera d’argento. Nella mano sinistra aveva la borsetta e, appoggiato sull’avambraccio, teneva un cappottino leggero.
Avrebbe potuto essere una qualsiasi donna d’affari; solo il trucco era leggermente pesante, probabilmente per enfatizzare le labbra, piuttosto carnose.
Emanava un leggero profumo di vaniglia.
Andy, come al solito, indossava Jeans e maglietta.
Patrizia sorrise, aveva un’espressione molto simpatica.
-Ciao, io sono Patrizia. Posso entrare?- Disse.
-Ah, si certo, scusami- Rispose Andy, ripresosi dall’analisi della ragazza, -Io mi chiamo Andy-. Le porse la mano.
Patrizia prese la mano di Andy, si avvicinò e gli diede due baci sulla guancia –Felice di conoscerti, bello-. Poi entrò.
Andy chiuse la porta e poi la guardò da dietro. Quel “bello” l’aveva sorpreso, aveva colpito il suo ego, gli piacerò davvero? Pensò.
Patrizia si guardò intorno con aria stupita –Accidenti che casa! Tu sei un artista?-
-Magari, in realtà mi occupo d’edilizia- rispose Andy pensando beh, in fondo è vero pure questo, -E tu che lavoro fai?-
Alla ragazza scappò da ridere –Beh, io mi prendo cura di quelli che si occupano di edilizia-
E io sono proprio un idiota pensò Andy in vistoso imbarazzo.
-Mi offri da bere?- chiese Patrizia, sorridendo e inclinando leggermente la testa di lato.
-Si, volentieri. Vino rosso, vino bianco?-
-Vino bianco- rispose la ragazza. Poi lo guardò negli occhi, sorridendo e mordicchiandosi leggermente un labbro.
Andy andò verso la cucina; quell’espressione l’aveva colpito.
Prese due bicchieri, il cavatappi ed una bottiglia dal frigo; la posò sul tavolo e la stappò.
Patrizia gli arrivò da dietro e gli sfiorò i fianchi con le mani, gli premette il seno sulla schiena, gli avvicinò la bocca all’orecchio: –Mhhh, deve essere buono- sussurrò; poi si allontanò verso la sala.
Quel contatto, il profumo ed il calore del fiato di Patrizia gli avevano fatto correre un brivido su per la schiena.
Verso il vino nei bicchieri, li prese in mano e si diresse verso la ragazza.
Gli porse il bicchiere.
Patrizia cominciò a bere guardando Andy negli occhi. Si fermò un istante, gli si avvicinò, e con voce dolce ma decisa disse: -Siediti-
Il ragazzo si sedette sul divano, con il bicchiere ancora pieno in mano.
La ragazza le sorrise, svuotò il bicchiere tutto di un fiato, poi buttò la testa all’indietro, per spostarsi i capelli dal volto, emettendo un piccolo gemito e accarezzandosi un fianco.
Posò il bicchiere e cominciò a spogliarsi, guardandolo e strofinandosi le labbra.
Andy si scolò il vino.
Patrizia rimase solo con un perizoma nero. Si avvicinò ad Andy e si sedette, a cavalcioni, sulle sue gambe.
Lo guardò negli occhi, sorrise, si morse di nuovo il labbro e poi lo baciò.
 
L’orologio segnava le 01:34.
Patrizia era andata via da circa un’ora, Andy stava coricato per terra, su un tappeto rosso; guardava il soffitto.
Ripensava a quanto era successo. Gli era piaciuto, ma c’era qualcosa che non gli quadrava.
Patrizia era veramente brava, sapeva come eccitare un uomo, faceva l’amore benissimo. Lo aveva fatto stare bene. Ma, nonostante si sentisse molto rilassato, continuava a sentire un po’ d’amaro in bocca, insoddisfatto.
Capì che tutti gli atteggiamenti della ragazza erano studiati; per lei, probabilmente, era stato tutto molto meccanico. Indubbiamente era una brava attrice, una vera professionista che usava molto bene le sue doti.
Chiuse gli occhi e si sentì stanco; pensò ad un gruppo musicale che andava molto forte qualche anno prima, gli venne in mente il titolo di uno dei loro dischi: Post Orgasmic Chill.
 
Nei giorni successivi telefonò e prese appuntamento con le altre ragazze indicategli da Trivella.
Incontrò Maresa, una bella ragazza mulatta brasiliana; era piena di vita, sembrava nata per ballare e fare festa. Scambiò anche qualche parola con lei. Maresa gli confidò il suo obiettivo: tirare su più soldi possibili e tornare a Rio de Janeiro, la sua città, per aprire un negozio con la sua famiglia. Gli raccontò anche che aveva lasciato due figli in Brasile, in custodia a sua madre.
Poi fu la volta di Lisa, una ragazza orientale. Non bellissima e con l’aria malinconica. Sembrava molto servizievole, tutta dedicata all’uomo, in autentico stile Gheisa. Era bravissima nel massaggio, piuttosto distaccata nel resto. Non disse praticamente una parola.
Poi invitò Paola e Sonia, due ragazze italiane che lavoravano in coppia. Per quanto erano carine, Andy le trovò piuttosto antipatiche e neanche tanto brave.
 
Alla fine era di nuovo lì, coricato sul tappeto rosso, a meditare su queste esperienze.
Continuava a rimanergli quella sensazione amara.
Prese il suo palmare. Ci “scarabocchio” sopra con il pennino e, in un istante, dagli altoparlanti cominciò ad uscire l’originale suono della chitarra di Robert che costruiva uno dei suoi bellissimi riff circolari.
 
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CAPITOLO 09: MUSIC

scritto da Egonautico il venerdì, 11 aprile 2008,16:44
Andy amava la musica.
Da piccolino passava interi pomeriggi ad ascoltare i dischi, di sua mamma e di suo zio, con un vecchio giradischi portatile.
Non aveva dei gusti ben precisi, si poteva definire un anti razzista musicale: non si preoccupava minimamente del genere, della complessità o della provenienza dei brani che ascoltava.
Si basava semplicemente sulle sensazioni che gli davano i suoni: certe cose gli piacevano, altre no. Chiudeva gli occhi e lasciava che i suoni entrassero e risuonassero dentro di lui, se li sentiva andava bene.
Anche i testi delle canzoni non avevano per lui molta importanza: qualsiasi lingua e qualsiasi parola potevano andare bene, l’importante era la sonorità.
 
Da ragazzino gli sarebbe piaciuto imparare a suonare un qualche strumento, magari il sassofono. Suo padre Ernesto fu subito contrario a spendere soldi per quest’inutile attività; inoltre non avrebbe tollerato alcun “rumore” in casa.
Intorno ai 16 anni si comprò un’armonica a bocca. La suonava quando era solo in casa o, da più grande, seduto nella sua macchina. Conservava ancora adesso lo strumento.
Suonare l’armonica gli dava delle belle sensazioni. Era piacevole sentire il metallo vibrare tra le labbra e poterne controllare il tono inspirando ed espirando più o meno forte. Sentiva che era uno strumento molto espressivo.
Capì perché era così popolare nel blues: riusciva sicuramente a tramutare in suoni i lamenti degli schiavi.
Anche adesso spesso la suonava, lo trovava rilassante.
 
Nella sua nuova casa aveva realizzato l’impianto audio dei suoi sogni.
Aveva tantissimi LP e CD ed un’infinità di brani, codificati in MP3, su un server dedicato. Possedeva anche alcuni lettori portatili che usava quando andava in giro; li collegava al server e ci scaricava sopra la musica che gli andava più a genio in quel momento.
Tutto l’impianto audio era controllabile dal suo palmare; poteva scegliere i brani e regolare l’audio da qualsiasi punto della casa.
 
Uno dei suoi gruppi preferiti erano i Gink Nosmirc. Una cult band, di quelle non molto famose ma molte seguite dai propri fans. Era una banda storica, esisteva da più di trenta anni, e nel tempo si era evoluta, con molti cambi di formazione. L’unico punto fermo era sempre stato il chitarrista Robert Gripp.
Circa un anno fa si erano esibiti a Torino, in un teatro su V.Madama Cristina, ed Andy era andato a vederli; era la prima volta che assisteva ad un concerto.
La band era composta da quattro elementi: Gripp, un altro chitarrista cantante di nome Adrian Celew, un bassista ed un batterista/percussionista. Grip era il più anziano, sulla sessantina, gli altri componenti erano sui 30-35 anni.
Grip era tutto vestito di nero, il che metteva in risalto i suoi capelli bianchi, e stava seduto in un angolo del palco. Dalla sua chitarra uscivano dei suoni distorti, e filtrati da apparecchiature elettroniche, ma che allo stesso tempo erano precisi, senza nessuna sbavatura.
L’altro chitarrista, Adrian, usava una maggior varietà di suoni; spaziava da rumori che sembravano urla d’animali ad altri che riportavano ad atmosfere funky.
Il bassista ed il batterista erano una perfetta macchina ritmica su cui, i due chitarristi, potevano appoggiarsi per tirare fuori le loro armonie e melodie.
Andy rimase ammaliato dagli intrecci sonori che riuscivano ad intessere i due chitarristi, in certi momenti sembrava di guardare dentro un caleidoscopio talmente si amalgamavano e si rincorrevano i suoni. A volte anche il bassista si univa, alla parte melodica, per formare sonorità ancora più complesse.
Certi brani erano solo strumentali, altri erano cantati da Adrian. La voce del cantante era potente ma melodica e dava una grande spinta espressiva alla base musicale, che rimaneva sempre piuttosto geometrica e spigolosa.
 
Nei mesi successivi, Andy, aveva partecipato ad altri concerti del gruppo in alcune città europee: Londra, Lione, Francoforte e Ginevra. Furono anche le prime volte che uscì dall’Italia, o meglio, dal Piemonte.
Andy spiaccicava un po’ d’inglese, non era molto bravo, ma qualche parola la conosceva.
Si organizzava tutto via Internet: il viaggio, l’albergo, il biglietto. Si studiava in anticipo la cartina delle città per imparare il percorso da seguire per raggiungere i vari posti.
Alla fine del concerto di Ginevra, Andy riuscì anche a parlare con Gripp che si era fermato vicino al palco alla fine dell’esibizione: non erano concerti cui accorreva un pubblico numeroso.
Andy fu ancora più colpito dal personaggio che si rivelò molto umile e gentile; Robert fu molto disponibile a raccontargli come riusciva a tirare fuori quei suoni dalla sua chitarra.
 
Tipicamente ascoltava i Gink Nosmirc quando voleva rilassarsi o riflettere su qualcosa.
 
23:34 segnava l’orologio.
Gli era passata la voglia di riflettere.
Decise che avrebbe raccontato le sue ultime esperienze ai ragazzi del forum.
Prese il suo palmare e ci “scarabocchiò” sopra: dagli altoparlanti si udirono le note di “Changing Heart” di un gruppo rock-minimale newyorkese degli anno 70/80.
Accese il PC, si collegò ad Internet e scrisse i suoi resoconti. Si mise poi in attesa, nella chat.
C’erano diverse persone che chattavano, ma non vide traccia di Trivella; nessun altro sembrava interessato alle sue avventure.
C’erano un tal Dragon ed un tale Pinky Pig che erano molto impegnati in una discussione sui trans. Andy non sapeva esattamente cosa fosse un trans; dopo un po’, leggendo i messaggi dei due, si fece l’idea che dovesse essere una specie di via di mezzo tra un uomo ed una donna, o forse tra un uomo travestito da donna e un uomo operato che era diventato una donna.
“Per me sono quelle le vere femmine” scrisse Dragon.
“E’ vero, io direi che sono super femmine” rispose Pinky Pig “non c’è donna che possa reggere il confronto”. “Ne ho scoperta una fantastica” continuò “si chiama Tania”.
Non la conosco, com’è?” chiese Dragon.
E’ bellissima, ed è una vera forza della natura” rispose Pinky Pig, poi continuò con la descrizione dettagliata di Tania e delle sue prestazioni.
Sei un grande, è difficile trovarne così” scrisse Dragon “mi puoi dare il suo numero?”.
Certo fratello” rispose Pinky Pig e digitò il numero.
Anche Andy se lo segnò.
 
Guardò l’ora, erano le 02:47.
Uscì sul terrazzo, ormai era Novembre; faceva freddo e c’era una pioggerellina triste e fastidiosa.
Si mise al riparo sotto la parte di tetto che sporgeva, si accese una sigaretta, aspirò forte e chiuse gli occhi come a trovare l’ispirazione.
Buttò fuori il fumo e riaprì gli occhi. No, stasera non ho voglia di andare a correre.
Quella solita strana sensazione, quel formicolio su e giù per tutto il corpo era però insistente: gli dava fastidio, doveva sfogarsi.
Buttò la sigaretta, entrò in casa, si spogliò e rimase solo con i boxer.
Prese il palmare ed abbassò le luci; ci scarabocchiò di nuova sopra e dalle casse si udì la voce roca di Tone Loc, poi il suono della batteria elettronica e della chitarra campionata.
Si fasciò le mani.
Si avvicinò al sacco appeso al soffitto e cominciò a colpirlo.
“Funky cold Medina”, rappava la voce.
Colpì il sacco sempre più forte: calci, pugni, gomitate, ginocchiate, testate. Erano colpi rabbiosi, furiosi. Erano colpi in cui ci metteva tutta la sua rabbia, il suo disgusto, la sua delusione per quel mondo insulso che gli sembrava di avere attorno.
Colpì quel sacco fino allo stremo, fino a che le braccia gli divennero talmente pesanti da non riuscire più a sollevarle.
Era sudato, faceva fatica a respirare, gli sembrava che qualcuno gli passasse della carta vetro su e giù per la trachea.
Si buttò per terra e rimase lì, immobile.
Adesso stava meglio.
categoria:cap09
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